ELLEBORO
Helleborus
Velenosa
Ai margini dei boschi cedui, luoghi sassosi e cespugliosi, fino a 1000 m di altezza.
La tossicità è presente in tutta la pianta, soprattutto i bulbi.
Un tempo l’elleboro veniva utilizzato come rimedio cardiaco, nel trattamento delle tachicardie e insufficienze cardiache. Tra gli usi popolari, in Abruzzo, gli allevatori di bestiame utilizzano il decotto della pianta per farne impacchi da applicare sulle ferite in via di cicatrizzazione. Inoltre, negli stessi luoghi, è vecchia consuetudine la raccolta dell’Helleborus foetidus (in dialetto “munnuo”) nel mese di novembre per la ramazzatura dei forni a legna. La pianta fresca viene avvolta attorno ad un bastone e così strofinata all’interno del forno. Uno dei principi attivi dell’elleboro, l’elleboreina, è stato sperimentato come anestetico corneale.
Foglie fresche: anticamente, ben pestate, erano applicate sulla pelle a scopo antireumatico. Polvere di radici: anticamente, le radici essiccate e polverizzate venivano usate per la loro azione irritante, per provocare starnuti, irritando la mucosa nasale. PRECAUZIONI: l’ingestione di parti della pianta porta a sintomi quali: bruciore a bocca e gola, nausea, mal di stomaco, vomito, coliche, diarrea, battito cardiaco irregolare e rallentato, dispnea, vertigini, ronzio alle orecchie, visione disturbata, arresto cardiocircolatorio, collasso.
Pianta fresca (foglie), radici polverizzate.
Vermi intestinali (anticamente), tachicardia, insufficienza cardiaca.
Vermifuga, narcotica, cardiocinetica, cardiotonica, diuretica, fortemente tossica, irritante (in uso esterno).